Vallerotonda Ricerche Pantoni

VALLEROTONDA

DI Don ANGELO PANTONI

Capitolo I

I PRIMI SECOLI

Il luogo del quale s’intendono narrare, per sommi capi, le vicende storiche, era abitato come gli altri contermini anche in epoca romana, e, a riprova del fatto, in località Cerreto e Migghioia, quindi nelle vicinanze immediate dell’attuale centro, furono rinvenute tombe, vasi e lucerne, riferibili chiaramente all’epoca suddetta1.

Per quanto concerne la storia di Montecassino, il primo accenno alla nostra località si trova in occasione delle incursioni saracene. Infatti i razziatori di tale stirpe, nel corso del secolo nono, per recarsi da Venafro ad Atina, scesero nella pianura cassinate, passando per Vallerotonda, il Rapido, e S. Elia, ma sembra che il luogo di cui ci si occupa non fosse ancora abitato, e che la denominazione fosse solo toponomastica2.

La popolazione del territorio dipendente da Montecassino, che viveva sparsa per le campagne, ove però erano stabilite delle “cellae”, per la conduzione delle terre del monastero, fu, specialmente ad opera dell’abate Richerio (1038-1055), obbligata a stabilirsi dentro o presso i castelli fortificati, eretti a difesa e tutela della “terra di S. Benedetto”3.

Il “castrum” di Vallerotonda sorse nella prima metà del secolo XI, e, come tale, lo troviamo menzionato per la prima volta, nel diploma di Papa Vittore II del 10574. Il suo nome figura pure nelle lamine di bronzo della porta principale della basilica di Montecassino, precisamente al principio della quarta lamina del battente di sinistra, contando dall’alto. Si legge infatti: Vallisrotunda, seguito subito da Sarraciniscu, col quale, per molto tempo, formò un’unità territoriale nel settore delle Mainarde.

Nel riordinamento generale del dominio cassinese, fatto dall’abate Bernardo Ayglerio (1263-1282), specialmente per quanto concerne i tributi, anche Vallerotonda ebbe definiti i suoi obblighi. Nel regesto secondo di detto abate5, si trova che la “Universitas Vallis Rotundae”, era tenuta a pagare alla Camera Cassinese, cioè all’ufficio economico-amministrativo6 tre once annuali per il “pranzo” e la procura. Il “pranzo” era una tassa che andava a favore del signore del luogo, venisse o non venisse in visita sul posto, anzi come tassa era sempre riscossa. L’arciprete e i chierici del luogo erano tenuti a dare all’ufficio della sacrestia cassinese, otto tarì per Natale, sette per Pasqua, quattro per l’Assunzione, oltre la quarta parte dei redditi dei funerali, e delle decime che riscuotevano7.

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Capitolo II

IL SEICENTO

Nei primi anni del Seicento, precisamente nel 1603, fu bandito dai sindaci del luogo un concorso per coprire la chiesa. L’annunzio recava la data del 13 maggio, e l’edificio doveva essere ricoperto a metà luglio. Il 4 giugno di quell’anno un bando del Vicario Generale di quel tempo, D. Vittorino, intimava ai sindaci di risarcire la chiesa entro dieci giorni dalla data ora riferita. Il “valio”, o baiulo, del castello rendeva noto “come have intimato li sopra scritti sindici ut supra”.

Nel 1604, in occasione della visita canonica, i sindaci si lamentarono per il nessuno aiuto che i sacerdoti del luogo davano alla fabbrica della chiesa. Uno dei sindaci affermò senz’altro che i sacerdoti si portavano bene per l’amministrazione dei sacramenti e per la condotta “ma se portano male perché dovrebbero agiutare la fabrica dell’Eclesia che sta tanto bisognosa et in necessità”. Fu stabilito in questa occasione che le cappelle oramai in rovina, fuori dell’abitato, dovessero essere ricostruite nella chiesa principale, col medesimo titolo.

Nel 1605 si ritorna sulla questione della chiesa; il clero deve prendere decisioni opportune per completarla entro sei mesi, sotto minaccia, in caso d’inadempienza, di gravissime pene, ad arbitrio. Ma nel 1607 fu fatta un’altra intimazione dal Vicario Generale, D. Bernardino Saivedra da Trani, con annesse pene pecuniarie, perché, “la Ecclesia matrice di Vallerotonda se ritrova totalmente mal coperta di tetto e di legnami necessarij, che dintro da quella ci piove”, e di questa situazione si dava la colpa ai sindaci e ai maestri di fabbrica, che avevano l’impegno del compimento della chiesa medesima. Nel 1615 si nota un miglioramento della situazione in quanto i visitatori trovarono nella chiesa principale, l’altare maggiore decentemente ornato, e così pure quello del Rosario.

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Capitolo III

LA CHIESA PRINCIPALE NEL SETTECENTO

Tra le visite canoniche dei primi anni del Settecento merita di essere ricordata quella del 1714, nella quale l’abate del tempo, Gregorio Galisio, dopo aver visitato la chiesa matrice, amministrando pure le cresime, tornò a S. Germano, lasciando al Vicario Generale, d. Erasmo Gattola, il completamento delle procedure. Il Gattola si portò a S. Maria della Ritta, in unione a molti prebendati del luogo, procurando quindi loro una escursione fuori programma, poi “agens multas gratias” si separò dalla comitiva sacerdotale, riconducendosi, a sua volta, a S. Germano. Era arciprete il cinquantenne d. Antonio Fabiani. Proprio per la chiesa di Raditto, fu fatto il decreto che doveva essere ostruita la piccola finestra, posta sulla porta d’ingresso, e probabilmente di antica origine. Fu pure fatto divieto, sotto pena di scomunica, di piangere i morti in chiesa, secondo un uso di origini antiche, combattuto pure in altre località della diocesi, come si è avuto occasione di ricordare.

Nel 1719 abbiamo una visita più analitica, nella quale s’insiste ripetutamente perché si mettano le tabelle ai vari altari, quelle tabelle che sono durate fino ai nostri giorni. Nella chiesa principale, all’altare del Rosario, l’immagine di S. Caterina doveva essere distrutta “devastetur”, mentre nella chiesa di S. Rocco, che cumulava le rendite di S. Antonio Abate e di S. Leonardo, si dovevano fare due altari sotto tali titoli. Fu notato pure che nella chiesa matrice il coro era angusto, che i prebendati non avevano un proprio stallo, perciò detto ambiente doveva essere ampliato, occupando la sacrestia, per la quale doveva essere utilizzato il locale contiguo, facendo permuta con i proprietari della casa che doveva essere occupata a questo scopo.

Nel 1728, in ossequio al decreto generale dell’abate Sebastiano Gadaleta, dell’8 agosto 1727, fu fatto l’inventario generale della chiesa madre e delle altre chiese locali. Di questo inventario non si possono offrire qui che alcuni tratti essenziali, tanto più che la chiesa era sensibilmente diversa, rispetto alla sistemazione avuta in epoca posteriore, quale oggi la vediamo. La chiesa è detta trovarsi nel luogo chiamato “lo colle”, e confinava con la strada pubblica solo dal lato meridionale, mentre tutti gli altri erano a contatto con case. In facciata vi era la porta principale e una minore. All’interno, ripartito in tre navate, “quella di mezzo (risultava) sostenuta da due pilastri e due colonne intere di pietra viva lavorata, e con tre archi di matoni”. Ma, forse, come in altri casi congeneri, le “colonne” erano pilastri, nel senso corrente del termine, mentre i “pilastri” erano a muro, e quindi più propriamente lesene. La chiesa era lunga 68 palmi, cioè m. 17,95, larga palmi 34, equivalenti a m. 8,98, e alta 43 palmi, riconducibili a m. 11,35, essendo un palmo m. 0,264. In facciata si notavano cinque finestre, quattro delle quali oblunghe, e una rotonda in mezzo, di quattro palmi (m. 1.05). Queste finestre avevano

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Si ricorda infine che, per tutto quanto concerne la manutenzione, vi provvedeva sempre il procuratore, con le rendite dei vari possessi che vengono elencati, offrendo utili elementi per la conoscenza della toponomastica locale e regionale. La chiesa aveva pure beni nei territori di Acquafondata, Cardito, e “in territorio Sarracenisci, vulgo S. Biagio”, e anche questa precisazione non è priva di interesse.

A parte la manutenzione generale della chiesa, il Capitolo era tuttavia tenuto a fornire le candele che si consumavano per il culto, nonché il vino e le ostie per le Messe, e doveva pure provvedere al mantenimento del sagrestano.

Capitolo IV

LE CHIESE MINORI NEL SETTECENTO

Proseguendo nell’esame degli inventari settecenteschi, veniamo a quello dell’Annunziata, cioè della seconda chiesa del luogo. L’edificio era ed è situato all’ingresso del paese, ov’è la “Porta dell’arenale”, e tale posizione si spiega data la contiguità dell’ospedale od ospizio per i pellegrini e per i poveri. Della chiesa non si conosceva l’epoca di fondazione, e neppure se era stata consacrata, o semplicemente benedetta. Della navata vengono date le seguenti misure: in lunghezza, palmi 64 (m. 16,90), in larghezza palmi 28 (m. 7,40), in altezza palmi 26 (m. 6,85), mentre la copertura era a tetto e, in parte, a volta.

Sulla parete orientale, cioè quella lunga di sinistra, vi erano “cinque finestre fatte all’uso antico, con vitriate munite, et ornate”. A metà, quasi, della chiesa, si notava un’arcata con basi di pietra, oltre la quale vi era una volta, definita come “ben fatta”. L’altare, dedicato all’Annunziata, aveva un quadro definito addirittura “famoso” con la scena dell’Annunziazione. Detto quadro (m. 1,40×2,00), di pregio innegabile e riferibile al sec. XVI-XVII, è ora nella chiesa principale, ed ha evidentemente bisogno di un esteso restauro. Nella sua sede originaria aveva una cornice ornata, e vi erano pure lavori di stucco. L altare suddetto veniva mantenuto “con ogni decoro” dal procuratore della chiesa. Vi si diceva Messa ogni giorno festivo e di precetto, con applicazione a favore dei benefattori della chiesa.

Alla parete occidentale era addossato l’altare dell’Immacolata Concezione, che aveva un quadro con l’Immacolata Concezione e altri Santi. Detto altare era stato eretto nel 1641 da Alessio e Patrizio Brigante, e dotato di beni stabili. I Brigante e i loro eredi potevano presentare il beneficiato, il quale, secondo un atto rogato il 4 agosto 1641, aveva l’obbligo di celebrarvi una Messa la settimana, per l’anima dei fondatori, dei loro genitori, e di altri della famiglia suddetta. Il mantenimento dell’altare rimaneva a carico del beneficiato.

La sacrestia si trovava dietro l’altare dell’Annunziata, ed era coperta a volta. Esisteva, inoltre, una solo campana, posta sull’ingresso della chiesa.

Il culto solenne aveva luogo annualmente nella festa

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Capitolo V

IL TARDO SETTECENTO

Riprendendo adesso la narrazione delle vicende settecentesche troviamo nel 1743, nella visita del 13 novembre di quell’anno, un decreto dell’abate Sebastiano Gadaleta, nel quale è detto che il nuovo coro della chiesa, costruito sotto la direzione del m.o muratore Domenico Falcione di Castel del Giudice (Campobasso), è risultato con la volta troppo bassa, quindi scomodo, e non corrispondente al disegno dato. Si accenna alla spesa fatta, di migliaia di ducati, ma questa, si può aggiungere, era dovuta alla costruzione dell’imponente basamento, sul sottoposto pendio, come può vedersi tuttora. L’abate mandava sul posto un suo delegato, per trovare un muratore che, dopo la demolizione di detta volta, ne costruisse una più confacente, mantenendosi entro la spesa di duecento ducati, a parte il risarcimento dei danni a carico del suddetto m.o Falcione.

Il 16 novembre del medesimo anno, il delegato Giuseppe Russo, facendo relazione sul sopralluogo effettuato, dice che il Falcione aveva tenuto i muri bassi per risparmio, motivo questo fin troppo ovvio, e che un altro muratore del luogo si offriva di fare tutto il lavoro di demolizione e ricostruzione per centocinquanta ducati. Il materiale lo avrebbe procurato la chiesa, e l’offerente dichiarava che avrebbe lavorato “senza pigliare un quadrino, fino alla perfezione dell’opera”. Per l’occasione il prefetto della fabbrica, cioè il sacerdote Volante, preferì dimettersi.

La modifica del coro dové essere eseguita abbastanza rapidamente se, nell’anno successivo, i due milanesi, cioè del territorio del ducato, Giov. Battista Martinetti e Giuseppe Contini, avendo completato il lavoro del nuovo coro e delle due cappelle (del Rosario e del SS. Sacramento), chiedevano di essere pagati, per non dover restare sul posto con altri lavoranti, a proprie spese e con danno crescente. Il vicario generale D. Marino Migliarese, con lettera del 27 febbraio 1744, diretta all’arciprete di Vallerotonda, parla dell’accordo col maestro fabbricatore Martinetti per ducati trecentoventi. Benché non sia detto espressamente, si trattava del lavoro di stuccatura, come risulta da annotazione marginale, e come può ricavarsi anche dall’importo, superiore largamente a quello previsto per la modifica del coro.

Nello stesso anno 1744, l’arciprete, con una supplica all’abate di Montecassino, chiedeva che essendosi

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Capitolo VI

IL COMPLETAMENTO DELLA CHIESA

Per quanto concerne gli eventi degli ultimi anni del Settecento, si può notare che, nella visita del 18 ottobre 1783, l’abate Prospero De Rosa interdisse la chiesa principale, fino a che sarebbe stata in costruzione. Il Sacramento, per conseguenza, fu trasferito processionalmente alla chiesa dell’Annunziata; in essa si dovevano fare tutte le funzioni parrocchiali e capitolari. Il vecchio batttistero poteva essere usato ancora per quattro mesi, dopo i quali ne doveva essere fatto uno nuovo all’Annunziata, mentre quello vecchio sarebbe rimasto interdetto. Nella chiesa vietata al culto, potevano usarsi ancora le sepolture; ma solo per seppellire “sine pompa et cleri associatione”.

A sua volta il re Ferdinando IV, in data 21 luglio 1785, dietro ricorso del procuratore dell’università di Vallerotonda, date le condizioni in cui si trovava la chiesa “angusta e cadente”, aveva stabilito, fino dal 14 luglio 1799, che l’edificio fosse riparato, utilizzando le casette presso la sacrestia, mentre la spesa relativa doveva essere divisa in tre parti uguali; una a carico delle cappelle, la seconda della comunità, la terza, infine, sarebbe spettata a Montecassino. Ma poiché il monastero non intendeva assumersi tale onere, certo inconsueto, e tutto era rimasto nelle condizioni già lamentate, s’intimava al Commissario di Campagna che facesse eseguire “usque ad unguem” il reale assenso, già reso noto in data 22 aprile di detto anno 1785, per riparazioni alla chiesa di Vallerotonda.

Una relazione del 1788, dovuta al Sac. Erasmo Notarjanni, ci mostra in che senso si svolsero le cose, cioè un po’ diversamente da quanto richiedeva le reali decisioni. Il detto sacerdote ricorda, come dopo la visita del 1765, “nello spazio di pochi anni si fece il cappellone con due altre cappelle laterali, sacrestia, ed altri”, oltre al soccorpo, sepolture, campanile, organo e altre cose ancora. Tutto questo mentre le cappelle erano amministrate da ecclesiastici, cioè con gli avanzi del bilancio di tali pii enti, senz’altri contributi. Ma con il passaggio delle cappelle, avvenuto nell’anno 1774, all’amministrazione dei laici, questi ultimi mostrarono scarso impegno nell’impiego dei superi del bilancio di dette cappelle, perciò per vari anni, non si fabbricò ulteriormente. Di qui il decreto, già riportato, della visita del 1783, con l’interdizione della chiesa. In conseguenza, sotto la pressione popolare, i sindaci s’interessarono per l’utilizzazione dei sopravanzi delle cappelle, il lavoro poté riprendere ed era tuttora in corso. Si metteva in opera il materiale volontariamente raccolto e condotto da pii fedeli, “e specialmente dall’odierno P. Rettore Rev,mo P. D. Girolamo Guastaferri con le sue non poche vetture”.Quindi vi fu un consistente aiuto anche da parte dell’amministrazione monastica, impersonata dal già ricordato rettore.

La visita canonica del 22 agosto 1787, fu eseguita dall’abate Tommaso Capomazza, che all’arrivo si portò subito “ad Rectoralem Palatium”, ove venne accolto dal già ricordato rettore

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Capitolo VII

VICENDE OTTOCENTESCHE

Durante il periodo napoleonico non vi sono atti ufficiali da parte di Montecassino, che, nel 1807, aveva subito la soppressione giuridica con la riduzione a “regio Stabilimento”. E’ giunta, tuttavia, fino a noi, una relazione non certo priva d’interesse, in data 18 maggio 1808, sullo “Stato dell’Arcipretura Curata della Comune di Vallerotonda, Provincia di Lavoro, Diocesi di Monte Cassino”. In essa l’arciprete curato Vincenzo Rodi, “in obbedienza agli Ordini Reali”, elenca le rendite della “Chiesa Madre Curata”, che aveva terreni in località “il Gallo” e “l’Ancino” nonché a S. Maria di Cardito. Doveva avere ogni anno trenta tomoli di grano, come sussidio di congrua, da parte delle “cinque Cappelle di detta Comune” (Corpo di Cristo, Rosario, Annunziata, S. Rocco della Morte), ma poiché le cappelle suddette, in quanto locali, fino dall’anno precedente erano passate all’amministrazione del Direttore generale dei Reali Dominii, il grano suddetto non veniva più consegnato. I terreni rendevano in tutto 75 ducati, trentasei dei quali dovevano essere passati all’economo “per l’assistenza che presta alle anime, che soggiornano fuori le campagne signatamente ne Luoghi detti Valvori, Cerrito e Cardito”, perciò all’arciprete restavano solo ducati 29,35. Ma tale somma era assorbita dalla tassa fondiaria, per la quale occorrevano trenta ducati; in conseguenza al curato non restavano che gli incerti di stola. Partecipava, tuttavia, alla ripartizione delle rendite della chiesa ricettizia “la quale giusta lo stato presente, che è servita da 15 preti, ascende ad annui ducati 50; con sopportare però ogni Individuo il peso giornale del Coro, Messe cantate, e Lette, che si soddisfano per turnum”, con le altre funzioni d’obbligo. Tuttavia neppure quei cinquanta ducati erano sicuri, perché anche qui interveniva la fondiaria, che se ne prendeva venti. Restavano, quindi, trenta ducati. Il parroco faceva appello alla legge del 7 febbraio 1807, con la quale erano assegnati ai parroci, come congrua, centoventi ducati annui, cioè sulle seicentomila lire attuali. Chiedeva pertanto la sospensione del pagamento della fondiaria, il ristabilimento dei trenta tomoli annui di grano, da parte delle Cappelle, nonchè doppia partecipazione recettizia, oltre la rendita dei terreni, in modo che si potesse arrivare alla già menzionata rendita di centoventi ducati annui, spettantegli a termini di legge.

In altro esposto del 24 giugno 1808, su carta bollata napoleonica,

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Capitolo VIII

IL TARDO OTTOCENTO E IL NOVECENTO

Il passaggio dal regno separato al regno d’Italia fu contrassegnato, anche a Vallerotonda, dalla presa di possesso dei beni ecclesiastici, da parte dello Stato. Con la legge del 15 agosto 1867 l’insieme dei beni della chiesa recettizia di Vallerotonda, ai quali partecipavano nove sacerdoti, oltre l’arciprete-parroco, fu incamerato, e i partecipanti ebbero una pensione vitalizia di circa cinquecento lire annue, che, in seguito a istanze, fu un po’ aumentata. Con la legge del 4 giugno 1899, fu stabilito che, alla morte dell’ultimo partecipante, verificatasi nel 1911, la rendita sarebbe passata al Comune, con l’obbligo di dotare la chiesa. Ovviamente questa falcidia radicale portò seco la fine del Capitolo, come avvenne pure per altre località della Diocesi.

Il culto, tuttavia, non ne risentì molto, almeno in un primo tempo, in quanto, nel 1874, durante un’epidemia colerica, l’arciprete d. Anastasio Pirollo promosse una sottoscrizione per rivestire riccamente la statua di S. Fedele. Il lavoro di ricamo fu eseguito da una monaca di Napoli, e fu di un costo abbastanza elevato, cioè ducati 207,5, equivalenti, oggi, a oltre un milione di lire, se la cifra riportata è esatta. Rivestita la statua, l’urna fu portata per le vie del paese, e, come viene narrato, la pestilenza ebbe fine. Questo fatto, a parte le sue possibili interpretazioni, determinò un incremento nel culto, al punto, che, nel 1876, la statua del Santo, con l’urna contenente le reliquie, fu messa sotto l’altare maggiore, che fu ricostruito e spostato più indietro, all’ingresso del coro, mentre in epoca anteriore, era sotto il centro della cupola. Queste notizie sull’incremento del culto di S. Fedele, e sui lavori dell’altare, sono state ricavate in gran parte, dal sommario, giunto a noi incompleto, di d. Camillo Cuozzo, preparato in occasione del festeggiamenti per il centenario di S. Fedele martire (1847-1947), mentre, secondo altre fonti, lo spostamento dell’altare sarebbe avvenuto nella ricostruzione del 1846. In ogni modo l’altare attuale è quello consacrato solennemente dall’abate Nicola d’Orgemont, il 19 ottobre 1876, festa di S. Fedele martire.

Nel 1880 veniva messa a posto, sempre dall’arciprete Pirollo, la balaustra dell’altare maggiore, che tuttora si vede, e con questo si possono ritenere conclusi i lavori ottocenteschi per la chiesa.

Altre date meritevoli di menzione, sono, nel 1875, la costruzione del cimitero fuori dell’abitato, e, pure, in tale anno, con prolungamento nel successivo, la costruzione della rotabile che pose fine, o meglio, attenuò l’isolamento, determinando anche una prima dilatazione dell’abitato fuori dei limiti tradizionali. Il vecchio ospedale od ospizio

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Capitolo IX

LE CHIESE MINORI ATTUALMENTE

La seconda chiesa locale è quella dell’Annunziata, che ha il suo ingresso proprio sotto la porta del paese (Fig. 8). Si nota sul detto ingresso un cartiglio con le lettere A. G. P., cioè: Ave Gratia Plena. L’ambiente è a una sola navata, largo m. 6,75 e lungo m. 11,50; con il presbiterio, che è largo m. 4,25, la lunghezza massima risulta m. 19,30. Sulla parete di fondo è visibile una pittura del contemporaneo prof. Giovanni Bizzoni, con l’Annunziazione (Fig. 9), mentre alla parete di sinistra è l’altare dell’Immacolata, di antico patrocinio della famiglia Rossi Brigante, con lapide datata 4 agosto 1641. Anche la lapide del sepolcreto di tale famiglia, situato nella prossimità dell’altare suddetto, e usato fino alla metà del secolo scorso reca la medesima data 1641. Il quadro sull’altare è del pittore contemporaneo Raoul Bartoli di Cupramontana, e sostituisce l’antico rimasto distrutto.

Nella chiesa non si nota altro di rimarchevole; si può aggiungere che, fino all’autunno del 1972, serviva alle suore del Prez.mo Sangue, che tenevano nei locali già dell’ospizio, un asilo, ricordato in precedenza. Purtroppo esse sono state richiamate dalla loro sede centrale, quindi è venuta meno una presenza che aveva avuto inizio a Vallerotonda, con la stessa fondatrice, la B. Maria De Mattias, come si è già visto più indietro. Sulla porta di questa sede, almeno per ora rimasta deserta, si nota una lapide, messa da pochi anni a questa parte, a cura dell’attuale parroco, ove si legge: La Beata Maria De Mattias fondatrice delle Suore Adoratrici / del Preziosissimo Sangue / nel 1856 fondava questa Scuola / per l’educazione della gioventù. / Commemorando il primo centenario del pio transito / con immensa gratitudine / il popolo di Vallerotonda. 13 – 11 – 1966.

Sulla parete esterna dell’edificio si legge, in caratteri ben visibili:

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Capitolo X

IL CLERO

Venendo ora a dare qualche cenno sulle vicende del clero di Vallerotonda, si può notare che, attraverso i secoli, vi è sempre stato un arciprete del luogo, coadiuvato da altri sacerdoti in numero variabile. Sappiamo che nella seconda metà del Trecento, ma probabilmente da data anteriore, la chiesa di S. Benedetto aveva i canonici. Da una bolla di collazione dell’anno 1442, dell’abate Pirro Tomacelli, si ricava che, a tale epoca, ma probabilmente come continuazione di un uso antico, l’arciprete veniva elettto dal clero e dal popolo, ricevendo quindi l’investitura canonica dall’abate di Montecassino. Si è già ricordato in antecedenza che l’abate Bernardo Ayglerio, nel riordinamento generale della fiscalità del territorio dipendente da Montecassino stabilì, nel 1273, che il clero di Vallerotonda, per il proprio sostentamento e per il mantenimento delle chiese, doveva avere la quarta parte “omnium vivtualium, olivarum et hortorum fructuum, quae monasterium percipit ab hominibus eiusdem loci”. Nella concessione era compreso anche il vino. A sua volta il clero era tenuto a pagare periodicamente delle tasse all’ufficio della sacrestia di Montecassino, come si è visto in precedenza.

Seguendo i registri delle visite canoniche, si trova che nel 1577 risiedeva sul posto l’arciprete d. Nicola Rodi, definito come “literatus”, oltre a sei altri sacerdoti. Per quattro di questi è usata la qualifica “rudis”; quindi il livello complessivo del clero, dal lato dell’istruzione, era piuttosto basso. I quattro sindaci del luogo, interrogati dai visitatori, si pronunziarono favorevolmente sul loro clero. Nel 1571 la situazione si presenta

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Capitolo XI

IL COMUNE

Si è già accennato, fino dal principio di questa cronistoria, che Vallerotonda era soggetta all’abate di Montecassino, sia per l’amministrazione spirituale, che per quella temporale. Della prima si sono già date varie notizie che ne illustrano il carattere, della seconda si sono offerti pure alcuni elementi, specialmente quelli concernenti il tempo dell’abate Bernardo Ayglerio, che riordinò, come ormai è ben noto, tutta questa complessa materia.

Abbiamo, nel tardo Cinquecento, significativi documenti di questa giurisdizione. Così, il 2 aprile 1576, Bernardino Bianco “revela in virtù di scomunica Papale fatta pubblicare dal sagro (sic) monastero cassinese che li cittadini di Vallerotonda pagavano al sg. monastero cassinese la decima del grano, fave, orzo, e miglio, e lo si sa da 40 anni incirca; le medesime cose revela Vincenzo Borino, e pure da 40 anni incirca. Il tempo di quarant’anni concerne i ricordi personali dei deponenti, perché gli obblighi, ora accennati, erano di assai più antica origine. Sempre sullo stesso tema, in un inventario del 1580, fatto per ordine di Sisto V, si trova pure, “Item tutto il Territorio di Valle rotonda paga la decima del grano, orzo, fave, miglio et altre sementi, eccetto Lino, canapa et solco (sorgo), et ancora paga la decima del vino, cioè la quarta decima parte, eccetto alcuni Territori, che sono franchi”. A proposito di queste decime, che, in complesso, fanno una modesta figura, di fronte alle percentuali d’obbligo delle moderne tassazioni, merita di essere riportata una dichiarazione giurata del 27 febbraio 1713, dovuta al collettore Cesare Gallaccio di Vallerotonda, che ne aveva avuto l’affitto. Egli dichiara che avendo esercitato il suddetto affitto, tra il 1684 e il 1692, ha raccolte le decime “in pace e senza contrattazione, repugnanze e difficoltà veruna”, alcuni portavano addirittura le decime a casa del collettore “senza alcuna ripugnanza”. Naturalmente questo quadro ammetteva le debite eccezioni, anche se il relatore non ebbe occasione di trovarvisi. Una delle più frequenti, relativamente, era quella di sostenere che un determinato territorio non era soggetto a decima; all’archivio spettava allora appurare la consistenza di questa obiezione in materia fiscale.

Uno degli aspetti più visibili della giurisdizione abbaziale, era il diritto di portolania e zecca, ….. il testo completo lo puoi avere contattandoci

Capitolo XII

LA POPOLAZIONE

Venendo ora a dare qualche notizia sulla popolazione locale si può anzitutto, segnalare sulla base di una notizia offerta dal Gattola, che, secondo i dati di un censimento del 1476, a tale anno, vi erano a Vallerotonda “capita 537″. Un censimento di Terra di Lavoro dell’anno 1561, conservato manoscritto nell’Archivio di Stato di Napoli, registra per Vallerotonda 175 fuochi, quindi una discreta consistenza numerica. Nell’anno 1671 il numero dei fuochi risulta diminuito; infatti ne vengono indicati solo 144. Sappiamo però che si tendeva a diminuire il numero dei fuochi, in quanto a ognuno dei medesimi era imposta una tassa; così da un documento dell’Archivio sappiamo che, mentre nel 1669 si contavano 144 fuochi, cifra questa che coincide con quella del documento ora citato del 1671, nell’anno 1673, in seguito a reclami fatti sull’opera del Numeratore, addetto a questo compito, i fuochi furono ridotti a 91, ma tale riduzione, così drastica, parve non immune da irregolarità e anche da frode. Un dato più concreto lo abbiamo da uno stato d’anime dell’anno 1682; a tale epoca si numeravano 839 persone.

Nel 1732, in occasione del censimento generale del Regno, il 13 agosto, Giuseppe Zinicola, pubblico giurato, attestò al notaio Gregorio Notarjanni di avere comunicato l’ordine relativo ai sindaci e ai maggiorenti “come ancora d’aver pubblicato detto Banno, ad alta voce per tutti li luoghi soliti, e consueti di detta terra di Vallerotonda”. Furono censiti 111 gruppi familiari, e di ognuno di essi viene data descrizione, con l’età dei singoli componenti, l’elenco dei beni posseduti, e il relativo valore, compresi pure gli animali. Non viene data la cifra globale, ma

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Appendice

SULL’ARCHITETTO DELLA CHIESA

DI VALLEROTONDA E IL SUO LUOGO D’ORIGINE

Si è trattato più indietro, per sommi capi, delle vicende, che pur trascinandosi per alcuni secoli, condussero a far conseguire alla chiesa principale di Vallerotonda il suo attuale aspetto. L’autore della sistemazione definitiva è indicato in Rocco Bernasconi, “architetto milanese”, il cui progetto, come si è già visto, fu accettato nel 1765 con deliberazione capitolare. Si è pure notato, a proposito del Bernasconi, che, nell’Archivio di Montecassino, si conserva il disegno della chiesa parrocchiale di Colle S. Magno, in diocesi di Aquino, dovuto al medesimo Rocco, con la qualifica espressa di architetto, confermata pure in una deposizione fatta a S. Germano (Cassino), il 13 febbraio 1764, in occasione di una controversia del monastero, che aveva delegato il Bernasconi per una perizia. Negli atti relativi, conservati pure a Montecassino, il nostro personaggio è qualificato come “il magnifico Rocco Bernasconi della Terra di Riva S. Vitale, del ducato di Milano, Architetto”. Il Bernasconi dichiarò pure, in quella circostanza, di avere residenza a Colle S. Magno, certamente per il lavoro della nuova chiesa del luogo. Sebbene il Bernasconi affermi che ….. il testo completo lo puoi avere contattandoci

LA PAROLA AL PARROCO

a mo’… di cronaca

Il primo Agosto 1966 fui nominato Parroco di S.Maria Assunta in Vallerotonda dall’Abate Ordinario di Montecassino Mons. Ildefonso Rea.

Presi possesso della Parrocchia il 6 Agosto, al termine di un avvicendamento di cinque sacerdoti nell’arco di sei anni. Fui accolto da numerosi fedeli e dalle ospitali parole del Sindaco Antonio Volante.

“Buona e lunga permanenza a Vallerotonda – mi disse concludendo – con l’augurio di vedere d. Rosino con i capelli bianchi e con il bastone mentre passeggia per le nostre strade”

Tale augurio si sta avverando e ne sono felice, perché 32 anni di attività… pastorale nella stessa parrocchia non sono pochi.

Essi mi ricordano la presenza e la collaborazione di cinque sindaci e precisamente:

– Antonio Volante, Insegnante, nato il 03.11.15, eletto il 22.11.64;

– Vittorio Socci, Insegnante, nato il 27.06.35, eletto il 03.07.70 ;

– Luigino Di Meo, Insegnante, nato il 17.03.39, eletto il 15.06.75, deceduto il 03.12.94;

– Giovanni Rongione, Medico, nato il 09.12.52, eletto il 06.05.90 ;

– Danio Volante, Geometra, nato il 28.03.55, eletto il 23.04.95

Posso dire che il mio dialogo si svolge con i figli e i nipoti di famiglie da me benedette nell’amore nuziale. I primi e gli ultimi sono il popolo che amo e servo con piacere come se fossimo un’unica famiglia. Ho molte cose da raccontare perché mi sento al posto di ” colui che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.

Dal 1966 al 1997 annoto di aver celebrato (v.anche prospetto per i dettagli):

– n. 15758 Messe;

– n. 229 Battesimi;

– n. 239 Cresime;

– n. 87 Matrimoni;

– n. 435 Funerali in die obitus.

I dati si riferiscono ovviamente alla sola parrocchia del Centro S. Maria Assunta. Essi

però sono significativi ed indicano che il Comune registra un grande calo demografico.

Si passa infatti dai 4274 abitanti del 1911 ai 2194 del 1981, ai 2072 del 1991, ai 1966 del 30.04.98. Questo ultimo censimento riporta 229 abitanti a Cardito, 519 a Cerreto, 737 a Valvori, e solo 484 al Centro.

Pochi sono i nati. Due volte di più i morti. Rari i matrimoni. Molti sono gli anziani, non sempre bene assistiti a motivo dell’emigrazione in Francia ed anche in diverse città italiane, determinatasi nei primi decenni del Novecento.

Il numero più alto di abitanti è presente nei mesi estivi, da luglio a settembre, quando si è costretti a razionare un po’ tutti i servizi.

D’inverno si rimane in pochi o soli o in compagnia del focolare sempre acceso.

Il clima è buono e secco in tutte le stagioni e invidiato dagli abitanti della pianura del Cassinate, dal momento che li incontriamo frequentemente sulle nostre montagne o per gite o in cerca di funghi o per lauti pasti in occasione di feste e sagre.

L’ambiente naturale di 5965 ettari, il verde, la Pineta, il Lago Selva, Collelungo e il suo Sacrario, Monte Cavallo, Monte Meta, esercitano un fascino e un forte richiamo turistico a confine con il Parco Nazionale d’Abruzzo.

Vista dall’alto, o in planimetria, l’estensione territoriale di Vallerotonda ha la forma di un cuore. Il simbolo del cuore è presente anche nello stemma del Comune con la scritta “unitati civium”.

“Unitati civium”! E’ questo l’augurio più sentito che rivolgo ai cittadini di Vallerotonda perché si conservino uniti nei pensieri e nelle opere.

In questo contesto non posso dimenticare la grande figura dell’ing. d. Angelo Pantoni, monaco Cassinese, autore della presente biografia. L’ho accompagnato con vivo interessamento in tutti i luoghi descritti con scrupolosa meticolosità Di lui ricordo un simpatico episodio.

Un giorno, di buon mattino, a Cardito, aggrappati a rudimentali bastoni colti nel bosco salimmo a fatica fino alle vecchie mura dell’antico “castrum Cardeti”. Dopo aver appuntato i rilievi sul notes e fotografato lo stato dei luoghi, scendemmo gi… molto stanchi a valle. A più riprese, lungo l’impervio cammino, Pantoni mi ripeteva ad alta voce:” Ehi, tu che sei giovane, raccontalo! Un monaco Cassinese, di ottant’anni, per amore dell’arte e della storia, ha osato salire a piedi fin qui e discendere. Sarà l’ultimo, sai, perché i giovani non hanno pazienza”.

Tanto per dovere di cronaca.

don Rosino Pontarelli

Biografia dell’autore